Storia di una dolce genialità  – Il Tartufo di Pizzo

L’origine del famoso Tartufo di Pizzo affonda le radici nelle vicende di varie famiglie e veleggia tra le sponde dello Stretto. Il racconto della sua nascita, della sua fortuna e di un futuro ancora tutto da decidere.

L’Incontro e i Protagonisti 

Un gelato in cassaforte. Sembra l’inizio di un racconto di Campanile o Flaiano e invece è una storia vera con tanti protagonisti, varie locations, un casuale colpo di scena e, cosa ancor più intrigante, due finali: uno notissimo e conosciuto ovunque e uno ancora tutto da scrivere. 

Ma procediamo con ordine. Intorno agli anni Cinquanta, un distinto signore con un aristocratico passato da combattente, Dante Veronelli, dalla natia Milano si trasferisce a Vibo, paese natale della consorte. L’orizzonte variegato dal suggestivo profilo eoliano sono un richiamo continuo, per Veronelli, a ricordarsi di un compagno d’armi: Pippo De Maria che vive a Messina, e fa il gelataio. 

Flashback: De Maria è di facoltosi natali ma un padre improvviso e succube del “demone del gioco” ha dilapidato già tante ricchezze e, per colmo di sfortuna, riceve quello che si rivelerà il colpo di grazia dalle esattorie statali per una tassa non pagata che lo manda addirittura in rovina. Ancora fanciullo, Pippo deve dunque rimboccarsi le maniche e va a lavorare come garzone nel bar Infantino, nella centralissima piazza Cairoli. Il bisogno c’è, ma la passione per l’arte gelatiera matura pian piano fin quando egli può essere considerato un autentico maestro. 

Durante il Carnevale del 1952, Veronelli, che nel frattempo ha impiantato un bel bar a Pizzo (il Bar Dante appunto), riceve la visita, tante volte sollecitata, dell’amico con la consorte, Graziella. Il bel panorama di Pizzo fa il resto poiché Pippo e Graziella si innamorano subito del luogo e così anche De Maria si trasferisce in Calabria, con tutto il suo sapiente bagaglio. 

2. L’Invenzione del Tartufo (1954) 

La sontuosa tradizione siciliana, per mano sua, s’innesta con fantasiose variazioni sui temi locali. Don Pippo – come ormai da tutti è conosciuto – osserva attentamente i gusti, studia le richieste più frequenti dei suoi clienti, annota i sapori che incontrano di più il favore del pubblico e comincia ad elaborare. La sua vena artistica si manifesta in deliziose creazioni dai nomi fantasiosi che attingono alla gastronomia e all’araldica. 

In un lampo geniale di goloso estro s’inventa gli spaghetti, conditi con succo di amarena a fungere da ragù; o le simpariche uova al tegamino, due sfere di crema che simulano i tuorli, adagiate su un letto di panna che fa da albume e un filo di liquore Strega. O ancora il Principe di Monaco (deliziosa crema al pistacchio con un cuore di pan di Spagna inzuppato di alchermes), la mattonella alla gianduia e poi ancora, torta tartufata, cioccolato, nocciola e fragola imbottiti, torta margheritatorta di fragole, semifreddo di nocciola e di caffè, torta stregata e cassata siciliana

L’occasione per una nuova, rivoluzionaria ricetta, che si rivelerà un autentico cult nella gelateria degli anni a venire e fino ai nostri giorni, gli è fornita da un matrimonio che, nel 1954, si celebra al castello Murat. La famiglia Colistro ha incaricato don Pippo di preparare il dessert per concludere degnamente il banchetto nuziale. Prima che tutti i gelati siano pronti, però, il Nostro si accorge che ha terminato le formelle di acciaio per la “cottura” in frigo; in un lampo di genio dettato dall’urgenza e dalla necessità non trova di meglio che ritagliare delle formelle di cartone, confezionate con quadratini di carta arricciata, ricavati dai capienti sacchi dello zucchero. 

Le nuove formelle sono riempite da un morbidissimo composto di nocciola e cioccolato, con un cuore di cacao fondente in cui si crogiola una deliziosa ciliegina candita. Non ci è dato sapere per quali imprevedibili motivi a don Pippo sia venuto in mente, per quell’occasione, di chiamare Tartufo il nuovo gelato. Un omaggio agli sposi che termineranno il pranzo con il nobile fungo? Un innocente scherzo per tutti gli invitati che dovranno mangiare l’aristocratico frutto del sottobosco dal piccante e deciso sapore di aglio? Un’ennesima commistione tra cucina salata e cucina dolce così come era già accaduto per spaghetti e uova al tegamino? Misteri dell’arte… Comunque la forma sferica leggermente appiattita, la superficie esterna resa ruvida da una spolverata di polvere di cacao e il colore scuro, ricordano molto da vicino il delizioso e prezioso tubero d’Alba… 

3. La Vita e l’Eredità 

La clientela aumenta sempre di più; per don Pippo e donna Graziella non ci sono momenti di sosta e di festa. Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto: quando tutte le famiglie si riuniscono per stare insieme e assaporare la letizia del riposo e della compagnia, trascorrono nella normale routine di un giorno di lavoro. Il bar apre alle quattro di mattina e chiude alle due di notte; don Pippo e donna Graziella si danno il cambio alla cassa e per il pranzo: lui non mangia mai insieme alla famiglia, lo fa sempre da solo e quando gli altri riposano. Le soddisfazioni sono tante ma i sacrifici ancora di più. 

I nipoti di don Pippo e donna Graziella, che non hanno avuto figli, sentono ripetersi continuamente di scegliere una strada diversa da quella dell’artigiano, seppure di rango, per non essere soggetti a fare una vita senza orario, sempre al servizio del pubblico. 

E così Franco Feroleto De Maria, figlio di una sorella di donna Graziella, quando deve decidere cosa fare da grande sceglie di fare il medico, accettando di buon grado, dopo essere rimasto orfano di padre, di diventare insieme ai due fratelli, figlio adottivo di don Pippo. I ricordi di un’esistenza sacrificata sono sempre vivi nel giovane Franco che, per amore verso lo zio e la zia, per rispetto di quel lavoro bello e duro che lui non vorrà fare mai, convince lo zio Pippo a dettargli le ricette e le dosi dei suoi deliziosi manicaretti. Un gesto d’amore che oggi è racchiuso in una semplice compitazione blu, custodita in cassaforte come un autentico gioiello di famiglia. 

Nel 1972, don Pippo ha lasciato l’attività in gestione ai fratelli Monteleone (oggi Carmelo e Domenico) che continuano la tradizione del tartufo e delle altre leccornie mentre le antiche ricette, nelle dosi originali, riposano tra le pagine custodite da Franco Feroleto De Maria, il quale, alla domanda su come intende mettere a frutto questo “tesoro” si smarrisce e si illumina ad un tempo. Egli dichiara di non avere affatto il senso degli affari ma non vorrebbe disperdere questa preziosissima eredità, né tantomeno favorire qualche speculatore. Aspetta fiducioso il momento e il compagno d’affari giusti, per aprire, magari negli Stati Uniti o in qualche bella città italiana, magari Firenze, un bel bar con un’insegna rigorosamente felliniana, stile Amarcord, tipo “La gelateria di don Pippo”. 

Firma articolo: a.f. 

Didascalie delle Immagini 

  • Foto del gelato: “Il Tartufo di Pizzo e in basso altre specialità di gelato”. 
  • Foto delle persone: “Don Pippo e donna Graziella”. 
  • Foto dell’uomo con la cartellina: “A lato: Il dott. Franco Feroleto De Maria. Sotto: La dichiarazione autografa rilasciata da donna Graziella al nipote”. 

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